venerdì 4 giugno 2010

A.A.A. Cercasi appartamento a prezzi modici zona Montesacro

In questi giorni vivo due sensazioni.

Nella prima mi sento come chi sta rimescolando le carte della sua vita perdendo di vista semi e colori. Nella seconda mi vedo nel fondo di una buca le cui pareti sono di viscido fango e ogni mio tentativo di uscirne si risolve in uno scivolone all’indietro che mi riporta a terra sconfitto e amareggiato.

Sto rimettendo in discussione tutto, lavoro, amicizie, passato, presente e futuro. Non va bene nulla e credo anche che stia generando qualche malumore tra amici e colleghi, probabilmente un po’ spiazzati dai miei comportamenti.

Il pensiero di andare a vivere da solo ha aperto diversi scenari con cui sto facendo i conti. Devo e voglio uscire dalla casa in cui sono ora, non è più pensabile vivere in condivisione e ancor più non è pensabile vivere insieme alle persone con cui oggi divido il mio appartamento.

Ho iniziato subito con l’idea di comprarla, dando uno sguardo agli annunci e andando a visitare qualche casa in vendita. Ma più prendo consapevolezza di questo pensiero, più mi scontro con la realtà della casa a Roma, del contesto urbano e sociale, dei prezzi, più mi chiedo se è in un posto così che voglio vivere. Oggi mi sento di dire con quasi assoluta certezza che mi piacerebbe qualcosa di più “umano”.

Ma certo maturare un cambio di città, con relativo cambio di lavoro, non è certo scontato ne immediato.

Allora la soluzione transitoria, quella che mi permetterebbe di avere un po’ di respiro e decidere con calma riflettendo un po’ meglio su questi aspetti, potrebbe essere un affitto

Se mi muovo nella direzione dell’affitto trovo solo monolocali alla modica cifra di € 700, cifra che sarei anche disposto a spendere, ma non certo per un…monolocale.

Per avere qualcosa di più vivibile e a cifre più economiche, bisogna andare fuori Roma e fare i conti con il problema degli spostamenti. Cosa che conoscendomi, mi procurerebbe certamente dei disagi non da poco.

A tutto questi problemi si aggiungono in ordine di importanza:

  1. Il lavoro nella mia azienda è diventato un delirio
  2. Le mie sedute con Berny mi stanno catapultando in un “io” che non conoscevo, con grossi problemi di identificazione
  3. Di fronte a tutte queste scelte mi sento solo
  4. Non sto più bene con nessuno, in primis con me stesso
  5. A.
  6. E’ primavera
  7. Varie ed eventuali

Io non mi "accompagno"!!!

Ieri sera ho discusso con un amico.

Lui sostiene che nella vita è normale anche accompagnarsi, tanto “per rientrare la sera a casa e non trovarla vuota”…testuali parole.

Alle sue convinzioni ho ribadito con forza che no, non ero d’accordo e che penso di aver ancora la forza per credere in una condivisione che parta dall’Amarsi e faccia parte di un progetto di vita comune e non solo di una condivisione logistica di spazi e solitudini.

A me piace ancora pensare che nella vita si possa stare insieme sulla base di un Amore prima e di un Amarsi poi e non per fuggire dalla inquietante paura delle nostre solitudini, accontentandosi di un surrogato vestito troppo spesso degli abiti di un “compagno” con cui ci ritroviamo a vivere una quotidianità da cui poi fuggire, fosse solo con un pensiero.

Capisco quanto sia difficile affrontare la vita con il costante pensiero di essere "soli" in ogni nostra scelta o decisione. Lo capisco in questo periodo forse più di altre volte, comprendo quanto questo pensiero sia capace di trascinarti in un abisso che muta i colori e la percezione dei sentimenti, in un mosaico confuso capace di ipnotizzare gli occhi e l’anima, trasformando l’essenza vera del dolore e anestetizzando ferite che pian piano si risveglieranno gridando forte la loro rabbia.

Posso capire tutto, ma finché avrò la forza di sognare…sarò libero di non “accompagnarmi”.

mercoledì 2 giugno 2010

Genogramma

Da un paio di sedute ho iniziato a indagare il passato, le origini e soprattutto la storia della mia famiglia per capire quale DNA relazionale si è tramandato da una generazione all’altra, influenzando così le dinamiche famigliari fino agli aspetti e le sfumature del mio modo di essere. In termini tecnici sto studiando il mio genogramma.

Anche questo aspetto dell’analisi ha i suoi lati divertenti e quelli che invece lo sono meno. Abbiamo iniziato dalla famiglia materna, partendo un po’ dai miei nonni e dalla loro vita, cercando di capire come abbiano impostato l’educazione e la formazione dei loro componeti, con quali principi e metodologie.

Siamo poi passati alla famiglia paterna e infine siamo entrati in casa mia.

Incuriosito poi da questo studio ho iniziato a far qualche domanda a casa e ho scoperto una singolare ed entusiasmante storia famigliare legata al mio bisnonno materno, Andrea.

Da quello che ho potuto scoprire pare che il caro bisnonno Andrea la vita se la sia goduta alla grande fino agli ultimi suoi giorni. Nasce nel 1846 e la leggenda dice che abbia conosciuto Garibaldi. Si sposa una prima volta e da questo matrimonio nascono cinque figli. A tarda età la moglie muore, ma invece di rassegnarsi alla vita, alla veneranda età di sessantasette anni, sposa una donna più giovane di lui di quarantaquattro anni con cui mette al mondo cinque figli, di cui mio nonno Carmine è il penultimo, nato nel 1919 quando il padre ha ben settantatre anni. La moglie muore di parto mettendo al modo l’ultimo figlio nel 1923.

Non ancora appagato dalla vita si sposa per la terza volta nel 1924. Muore nel 1930 sopravvivendo anche all’ultima moglie. Che dire, viva il bisnonno Andrea!!

Ho riflettuto un po' sulle cose emerse dalle ultime sedute con Berny, vi riporto il mio pensiero.

Nonostante le difficoltà, la lontananza, l’aspetto quasi esclusivamente femminile della famiglia, quella materna risulta molto più unità e cooperante, a prescindere dall'autonomia dei singoli.

Molto meno unità, con una componente maschile quasi defilata e più impegnata nei doveri e nel sacrificio individuale e meno nel bisogno comune della famiglia, risulta essere quella paterna. Solo le donne si adoperando per un'unione più famigliare stringendosi intorno a mia nonna, sicuramente il fulcro della vita domestica.

Rispetto alla famiglia materna, quella paterna si presenta molto più rituale, formale e metodica, con una minore dedizione alla crescita e al costruire per il futuro e più propensa alla “sopravvivenza” giornaliera. Una famiglia che sta più insieme per necessità e/o dovere che per spirito comunitario di aiuto reciproco, una famiglia che ancora una volta mi riporta ai protagonisti del romanzo di Ignazio Silone “I cafoni di Fontamamara”….anche se forse il confronto è un po’ azzardato.

Nella famiglia paterna sono più i singoli che si riuniscono per condividere qualcosa (lavoro, un momento di difficoltà o altro) che non l’entità famigliare nel suo insieme.

Tutt’oggi questo non avviene nella famiglia materna dove il problema del singolo è vissuto come problema di tutti o comunque, anche nella semplice “socialità”, è più la famiglia che si ritrova che non i singoli.

Se provo ad analizzare almeno dall’esterno le caratteristiche più superficiali dei componenti delle due famiglie, vedo i componenti della famiglia di mia madre molto più sereni e gioviali. Li vedo riunirsi anche nelle occasioni non di festa, scherzando e prendendosi in giro a sessantanni come se ne avessero trenta, in un alternarsi di eccentricità divertenti. Nella famiglia di mio padre si è invece più formali e seriosi, quasi cupi a volte, sempre un po’ lamentosi e con una visione un po’ pessimistica della vita e delle sue difficoltà.

Se poi si sposta l’attenzione sull’aspetto puramente materiale, chi ha costruito di più è la famiglia materna, nonostante in minor numero, a dimostrazione forse che nella famiglia di mio padre è valsa la “forza del singolo” mentre in quella di mia madre “la forza della comunità”.

E Io? Dove mi colloco io tra le due famiglie?

Anche se mi resta difficile ammetterlo, nonostante mi senta molto più vicino alla famiglia materna, forse come modello ho fatto mio molto di più quello paterno che paradossalmente non mi soddisfa per nulla. Dimostrazione ne è il fatto che frequento molto di più e con più piacere i parenti da parte di mia madre, e invece quasi come un dovere mi ritrovo a volte a vivere la famiglia paterna.

Conoscete il libro: “La solitudine dei numeri primi”?

Io non l’ho letto, ma il titolo di questo libro mi fa pensare alle differenze di carattere tra mia madre e mio padre.

Mio padre è certamente più individualista, solitario, ma credo di poter affermare che ha un pensiero molto più articolato di mia madre. Un elettricista che si appassiona alla musica classica, al jazz, alla canzone d’autore, all’arte, alla scienza e alla tecnologia. Un genio del lavoro manuale in tutte le sue forme, che a 65 anni va in pensione e come se la vita iniziasse ancora una volta, si compra un pc e impara a navigare in internet, a programmare i PLC, cosa che a me oggi resterebbe difficile da apprendere. Una persona però che quasi non coltiva amicizie, rapporti sociali, se non nel giro stretto del mondo del lavoro che ancora abita con passione.

Mia madre invece è sicuramente meno “ricca” da questo punto di vista, ma sicuramente più propensa alla vita sociale, sempre pronta ad aiutare gli altri, molto generosa, pronta a prendersi carico dei problemi degli altri e che risente molto della fiducia tradita. Attenta alla casa, una donna che ha saputo dividersi meravigliosamente tra lavoro, gestione domestica ed educazione mia e di mio fratello.

Se collego questa analisi dei miei genitori alla mia propensione verso l’altro sesso, posso dire che cerco e mi sento più attratto da donne che rappresentano un aspetto caratteriale simile a quello di mio padre, mentre a vote mi capita di provare quasi disagio di fronte al manifestarsi delle caratteristiche tipiche del carattere di mia madre.

Altro fattore che contraddistingue le differenze delle due famiglie è l’aspetto esteriore. Se penso al mio nonno materno, ai suoi fratelli, rivedo persone “eleganti” non solo nel vestire, soprattutto alla domenica, ma proprio nella fisionomia e nell’aspetto, con i baffi sempre curati e la brillantina nei capelli.

Io sono molto più simile a mio padre, per lo più amo il vestire comodo da “tutti i giorni”, senza risalto per gli aspetti eleganti, anche se ho le mie peculiarità e i miei gusti fuori dagli schemi paterni.

W IL BISNONNO ANDREA!!!

giovedì 6 maggio 2010

Mio fratello è figlio unico

E’ da un po’ che non mi fermo a riflettere con calma sugli ultimi due incontri con Berny e questa sera finalmente trovo un po’ di tranquillità per farlo. Da dove iniziare…
Martedì scorso parlando del più e del meno mi sono trovato a toccare un punto importante della mia vita.
Il rapporto con mio fratello. Con M. potrei dire molto più facilmente che non ho un rapporto, non c’è mai stato. Da quando eravamo piccoli non ricordo mai, se non in rare occasioni, di aver condiviso con lui piacevolmente e da complici nessun aspetto della vita. Quando eravamo piccoli per brevi periodi abbiamo condiviso dei giochi e qualche amico di quartiere, ma mai questa cosa si è protratta a lungo e significativamente e per lo più il nostro rapporto è stato per tanto tempo conflittuale - negli anni passati ci siamo sempre scontrati arrivando anche litigare furiosamente - e oggi potrei dire che quasi ci siamo indifferenti. Non ci sentiamo per settimane e settimane e nelle poche volte che ci vediamo, quando torno di tanto in tanto a casa per un week end, il nostro rapporto si limita a un saluto e a qualche superficiale e freddo scambio di frasi di circostanza. La cosa strana è che io non sento il bisogno di cercare con lui un benché minimo rapporto, e questo ha fatto molto riflettere Berny. Il problema per me è che oggi non saprei di cosa parlare con mio fratello, non saprei proprio quali argomenti intavolare, un po’ perché siamo completamente diversi, un po’ perché non riuscirei mai a confrontarmi con una persona dagli schemi mentali così rigidi e chiusi con quelli che ha M. Inoltre ritengo che il suo modo di pensare e parlare di qualsiasi cosa sia dettato da opinioni superficiali e da pensieri poco articolati e una delle cose che non sopporto, è proprio questo tipo di personalità…a volte, anche se è difficile ammetterlo, mi sembra quasi di provare una scarsa stima verso di lui e verso il suo modo di essere.
Sicuramente il mio errore è quello di essere ed essere stato sempre troppo critico nei suoi confronti. L’ho giudicato pesantemente per le sue scelte e i suoi modi fare e non mi sono mai reso conto che questo ha innalzato tra me e lui una barriera sempre più alta. Di questo sono consapevole, ma il problema è che oggi non trovo stimoli a recuperare il tempo perso ne interesse a farlo.
Certo per alcuni eventi della sua vita è stato sfortunato e l’incidente che ha subito ha influito pesantemente sul suo carattere e sulla sua condizione di vita, ma credo che questo non possa essere un alibi infinito.
L’adagiarsi su una condizione iniziale di privilegio lo ha portato pian piano a subirla e ora ne sta pagando le pesanti conseguenze sulla sua vita.
L’unica cosa che posso sperare è che trovi la sua strada, anche piccola e difficile ma che almeno gli apra la possibilità di iniziare un percorso di autodeterminazione e crescita.

lunedì 3 maggio 2010

Primo maggio

Primo maggio festa dei lavoratori.
Parto da questa data, da questa ricorrenza, per scrivere il post di oggi.
Magari generalizzo un po’ troppo ma credo che ormai siamo abituati a farci scivolare addosso ricorrenze come questa senza nessun momento di riflessione, senza nessuna curiosità per quello che rappresentano. Eppure proprio in un momento storico come quello che stiamo vivendo, con una pesante crisi economica che mette a rischio il lavoro di tante persone, con il lavoro nero che sfrutta l’immigrazione per profitti senza scrupolo, con le decine e decine di morti sul lavoro, con il precariato, con il caporalato che incontro ogni mattina andando a lavoro, con il lavoro su cui a volte non si riesce più a far nessun progetto per il futuro, in un momento come questo dovrebbe squillare il senso vero di una data come questa.
Un augurio a tutti i lavoratori.
Il primo maggio si sa è anche giornata di gite fuori porta e pic nic e proprio durante il pic nic di oggi a Villa Ada, parlando della sua ultima delusione sentimentale, V. mi ha dato una precisa e chiara visione su un aspetto su cui non avevo mai riflettuto, e allora ho aggiunto un’importante tassello all’analisi della mia relazione con F.. Non credo di avere ancora una posizione F-centrica ma a volte rifletto su alcune cose perché, per quanto breve, è stata una dura ma importante palestra di vita.
F. non era “innamorata” di me in quanto persona, ma di quello che io rappresentavo per lei, delle situazioni in cui la coinvolgevo e che con me si trovava a vivere, delle cose che io avevo e che magari lei desiderava nella sua vita ma che per vari motivi non era mai riuscita a costruire o per lo meno a costruire come avrebbe voluto. Le uniche volte che ho sentito F. veramente vicina come una compagna, sono state le occasioni in cui con me ha vissuto le “imprese” sportive in bici, cosa che in quel periodo a lei piacevano e significavano tanto, e le volte in cui l’ho coinvolta in uscite con i miei amici, componente che nella sua vita mancava quasi completamente.
Questo non ha tanto importanza per il passato, ma credo sarà una bella consapevolezza per il futuro…grazie V.
Altra cosa che ha rubato l’attenzione dei miei pensieri in questi giorni è quello che si sta delineando con A. e con il nostro ritrovarci, che per ora è solo un contatto via email.
Più passa il tempo e più sento di perdere interesse per questo avvicinamento o meglio sento che esso non rappresenta più quello che per tanto tempo avevo immaginato. Le sensazioni, le immagini e perché no i sogni in cui avevo riposto mille pensieri in questi anni, sono quasi completamente svaniti. E se così è ne sono contento, sia perché non vivo questa fase con l’ansia di dover ritrovare A. e il passato, sia perché penso di essermi liberato di un ingombrante fantasma che da troppo tempo abitava le stanze della mia vita. Sono curioso di rivederla e di scambiare due chiacchiere con lei, ma niente più.
A questo inoltre si aggiunge il fatto che oggi un rapporto alla pari con A. non è possibile, e quando parlo di rapporto alla pari dico anche solo per la semplice voglia di una telefonata, a una qualsiasi ora del giorno, o la voglia di incontro che non sia per forza programmato o previsto. Voglio qualcosa in cui non ci sia una complicazione di mezzo. Ho bisogno di cose limpide e serene…niente di più, non chiedo altro.

giovedì 22 aprile 2010

Post telefonata

Il post precedente l’ho cancellato. Per quanto questo blog sia conosciuto solo dai pochi che sanno, non penso sia giusto rendere accessibili a chiunque possa capitare qui per caso i sentimenti di un’altra persona. Berny non lo ha letto ma gli ho raccontato quanto accaduto in questi giorni e ha portato la mia attenzione su un fatto importante a cui non avevo pensato. Sto di nuovo commettendo un errore, ragionando con gli schemi del passato. Io non sono lo psicologo di A., ne posso avere la presunzione di pensare che lei oggi sia infelice oppure che si sia infilata di nuovo in una situazione non appagante. Peggio ancora non posso pensare che possa essere io a farle capire alcune cose. Questo non è il mio ruolo. Ne A. me lo ha chiesto.
Io oggi quello che voglio, quello che posso offrirle, è una semplice amicizia. Lo spazio necessario a una conoscenza reciproca, come se fossimo due persone che si incontrano quasi per la prima volta e si conoscono. Posso offrirle un confronto su quello che eravamo e vedere quello che siamo adesso, ma non voglio vivere un solo minuto con l’idea di ricercare un passato che non c’è più. Ci ho messo anni per lasciarmelo alle spalle, con tutto quello che esso ha significato, e ora, dopo tanto sacrificio e sofferenza, l’unica cosa che voglio e guardare avanti.
Sento che sto maturando un passaggio importante della mia vita e non voglio sprecare questa occasione in sentimentalismi fini a se stessi e in déjà vu delle emozioni.
Le avevo scritto la mia email perché mi faceva piacere sapesse cosa oggi pensavo di lei, rispetto a quello che con lei avevo vissuto, dopo aver capito la mia parte di responsabilità nel prima e nel dopo. Non lo avevo fatto per altro, se non forse per mettermi alla prova rispetto a questo mio nuovo essere. Per provare le mie nuove “armi” (risorse).
La sua reazione mi ha lasciato spiazzato e sinceramente, leggendo quanto mi ha scritto, avevo immaginato che ora fosse sola e un po’ la fantasia, per quanto tenuta a freno dalla consapevolezza, si era messa a trotterellare. Non che il dirmi della sua relazione abbia cambiato di molto la mia visione delle cose, ma oggi c’è anche questo in ballo e io voglio tenerne conto fino in fondo. Se anche una sola amicizia possa significare un fastidio o un elemento di disturbo per qualcun altro, allora io mi tolgo di mezzo senza problemi ne rimostranze o altro. Io non voglio “rubare” nulla a nessuno, fosse anche solo per il tempo di due chiacchiere davanti a un caffè.
Sono contento di questo mio nuovo modo di vedere le cose, di viverle in maniera più consapevole, più “forte”….mi fa sentire fiero di me stesso.
Sono sempre più convinto di aver fatto una cosa giusta, di aver iniziato un percorso che pian piano sta liberando un nuovo modo di essere che mi piace. E paradossalmente ritrovo anche la serenità e la tranquillità nel vivere da solo, proprio in questo momento.
Vi ricordate del gioco che vi ho proposto qualche post fa?
La soluzione è questa.



A prescindere che ci siate arrivati o meno, il significato vero della soluzione è che essa a volte va trovata al di fuori degli schemi classici che ognuno si porta dietro e che non sono necessariamente sbagliati, ma che possono non essere più efficaci o significativi in un nuovo momento della nostra vita. In particolare possono non esserli nel momento in cui siamo di fronte a un nostro processo evolutivo.
Può essere addirittura una nuova soluzione, oppure un nuovo approccio al problema, a spingerci verso un’evoluzione, un cambiamento del nostro modo di rapportarci alle relazioni con il mondo che ci circonda.
Berny dice che su questo principio, se vuole, l’uomo può evolversi in continuazione durante tutto il corso della propria vita, anche se a volte più si matura e si va avanti con gli anni più questo processo sembra difficoltoso, ma solo perché ci fossilizziamo e ci rendiamo pigri al cambiamento.
E se da un lato questo è normale che lo sia, per la nostra ricerca alla stabilità, dall’altro ci toglie la possibilità di scoprire che possiamo essere anche altro.
Per dirla in termini ingegneristici, siamo come un sistema in oscillazione attorno a un punto di equilibrio stabile. Ma può succedere che questo equilibrio non ci soddisfi più e allora abbiamo bisogno di una perturbazione esterna che ci porti, dopo un moto un po’ burrascoso e poco lineare, ad oscillare intorno a un nuovo punto di equilibrio.
Buone oscillazioni a tutti.

lunedì 12 aprile 2010

Sabato



Sabato incontrerò A.. Dopo sei anni risentirò la sua voce, tornerò a posare i miei occhi sul suo sguardo, sull’espressione bellissima dei suoi occhi, forse ci sarà anche spazio per una carezza, un’abbraccio….non lo so.

Sono felice e anche un po’ orgoglioso di aver rotto questo lungo silenzio, era necessario per me e per lei, se le volevo bene, se volevo provare ad essere altro, dovevo farlo.

In questi giorni ci siamo un po’ raccontati per email, ma giusto quanto serviva per rompere il ghiaccio. Non ho nemmeno avuto il coraggio di chiederle se potevamo sentirci al telefono – il suo numero l’ho cancellato sei anni fa dalla rubrica ma non dalla mia memoria - in realtà non so nemmeno se lo voglio, non so se voglio risentire per la prima volta la sua voce attraverso un telefono, ho quasi paura di non riuscire a dare fiato a nessuna parola…e allora credo che aspetterò sabato.

In me ora si alternano diversi stati d’animo. Da un lato sono felice e fremo all’idea di rivederla, di parlarle, di sentirla, di vedere cosa potrà nascere da questo riavvicinamento. Dall’altro lo temo. Non temo tanto questo momento, questo incontro, ma quello che da esso si svilupperà, le aspettative che ognuno riverserà sull’altro, su come saranno gestiti i passaggi che si apriranno da sabato in poi. Non mi spaventano i fantasmi del passato, di questo sono sicuro, mi spaventa il presente per come si manifesterà e per le nostre reazioni. Ma ancora una volta sto commettendo l’errore di pensare a qualcosa che non c’è ancora, che non è reale. E allora devio altrove i miei pensieri. Alcune volte penso invece che può bastare quanto ho fatto, che non mi occorre altro....quasi si generasse un rifiuto per quanto si sta manifestando.

Ma cosa le dirò sabato? Certo bisognerà riprendere il discorso da dove è stato interrotto, sei anni fa.

E allora le chiederò scusa per averla lasciata troppo sola in un momento così difficile della sua vita, di non averla saputa ascoltare, distratto da quanto stavo io affrontando, limitato dalle difficoltà di quel tempo.

Le chiederò scusa per il silenzio e la distanza di questi anni, difficile per entrambi, l’unico modo che mi sembrava possibile per farle pesare il mio dolore, la mia sofferenza. Non ho saputo fare di meglio che coltivare la presuntuosa idea che un passato così si potesse chiudere da un giorno all’altro, riponendo i tanti ricordi, le emozioni, i profondi sentimenti, all’interno di una scatola di cartone riposta sull’ultimo piano di una libreria.

Le dirò che ho compreso le sue reazioni di allora, anche se non le ho mai giustificate.

Penso inizierò da queste cose, cercando di capire poi, nei giorni che seguiranno, cosa dicono e nascondo le voci che ancora sento nell’animo. Se sono reali, o sono solo l’eco di quello che è stato. Se valgono solo per la A. di ieri, o possono essere dette e amplificate anche per la A. di oggi. Non posso più convivere con questo pensiero, quotidiano e forte, senza capire bene cos’è e cosa chiede.

Scusate il video da pasticciere diabetico…ma quando mi è venuta in mente questa canzone e ho trovato il video su You Tube, mi sono troppo divertito all’idea di associarlo a questo post.

Anche se manca ancora qualche giorno…buon “sabato pomeriggio” a tutti.

sabato 10 aprile 2010

Domande consuete


Ancora qui a domandarsi e a far finta di niente
come se il tempo per noi non costasse l' uguale,
come se il tempo passato ed il tempo presente
non avessero stessa amarezza di sale.

Tu non sai le domande, ma non risponderei
per non strascinare parole in linguaggio d' azzardo;
eri bella, lo so, e che bella che sei,
dicon tanto un silenzio e uno sguardo...

Se ci sono non so cosa sono e se vuoi
quel che sono o sarei, quel che sarò domani,
non parlare non dire più niente, se puoi,
lascia farlo ai tuoi occhi, alle mani...

Non andare... vai... Non restare...stai... Non parlare... parlami di te...

Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse,
trascinate dai giorni come piena di fiume
tante cose sembrate e credute diverse,
come un prato coperto a bitume.

Rimanere così, annaspare nel niente,
custodire i ricordi, carezzare le età;
è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
del diritto alla felicità...

Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perchè?
Non lo so, non lo sai; siamo qui o lontani?
Esser tutto, un momento, ma dentro di te,
aver tutto, ma non il domani...

Non andare... vai.. Non restare...stai... Non parlare... parlami di te...

E siamo qui spogli in questa stagione che unisce
tutto ciò che sta fermo, tutto ciò che si muove,
non so dire se nasce un periodo o finisce,
se dal cielo ora piove o non piove...

Pronto a dire "buongiorno", a rispondere "bene",
a sorridere a "salve", dire anch'io "come va?"
Non c'è vento stasera. Siamo o non siamo assieme?
Fuori c'è ancora una città?

Se c'è ancora balliamoci dentro stasera,
con gli amici cantiamo una nuova canzone...
tanti anni e son qui ad aspettar primavera,
tanti anni ed ancora in pallone...

Non andare... vai... Non restare...stai... Non parlare... parlami di te...
Non andare... vai... Non restare...stai... Non parlare... parlami di noi...

giovedì 8 aprile 2010

Non bisognerebbe

Sono dovuti passare più di sei anni perché trovassi la motivazione e la forza per farlo.

Spostare la freccia su “invia” e cliccare è stato difficilissimo, in dubbio sull’opportunità o meno di questo gesto, sull’invadenza o meno di atto così semplice ma che si portava dietro un significato enorme.

Avevo scritto quella email da mesi, prima su un foglio di carta rimasto per settimane e settimane poggiato sulla mia scrivania, poi copiato su un file word e infine sul modulo della posta elettronica.

Per giorni e giorni mi sono fatto domande sul perché proprio ora, in questo particolare momento. Ho provato a immaginare le reazioni sue a quanto avevo scritto, le mie a quanto ne sarebbe seguito. Ne ho parlato con V., con M., con A e con Berny.

Ognuno di loro ha messo un po’ di peso sul dito che ha cliccato su invia è spedito nella rete l’email recapitandola ad A., dopo sei lunghi anni di silenzio assoluto.

Con A. ho vissuto la più bella relazione della mia vita.

Colma di dolcezza, Amore, premure, complicità, gioia e sentimenti puri e sinceri. Qualcosa di appagante e unico, in cui penso ognuno di noi si sia sentito completato dall’altro, almeno per me lo è stato. Qualcosa che nasceva anche dall’aver condiviso uno stesso tessuto sociale, una stessa identità culturale, stessi valori, stessi ideali, anche se magari vissuti e sentiti in misura diversa. Ognuno penso si sia sentito libero di coltivare i propri interessi, la propria vita al di fuori della coppia, appoggiato dal consenso mai critico dell’altro.

Questo per circa cinque anni, fin quando la vita ci ha messo di fronte alla prima difficoltà vera, forse più grande di noi allora e alla quale non abbiamo saputo reagire come si sarebbe dovuto.

E non è un fatto di colpe o non colpe, errori miei o suoi. Abbiamo sbagliato entrambi, immaturi e forse lasciati anche un po’ soli. Ma questa è la consapevolezza dell’oggi.

Dal giorno che ci siamo lasciati non c’è stato più nessun contatto tra noi. Ne una telefonata, ne un’email, ne un amico a fare da cassa di risonanza. Ognuno è andato da solo incontro alla sua nuova strada, con il suo fardello di ricordi, immagini, pensieri e cose lasciate non dette, con la presunzione che potessero far parte di un passato.

E invece leggendo quanto ci siamo scritti in questi due giorni, mi rendo conto quanto forte e presente sia stato questo riferimento per tutti e due. Nessuno di noi è più riuscito a dire “Ti Amo” a una persona.

In questi sei anni sono stato quasi sempre solo, a parte una relazione di pochi mesi e un’altra, quella con F., che non so ancora se definirla uno “stare insieme”.

Mi sono cullato sul ricordo, me lo sono fatto bastare per anni e il più delle volte, quando sono andato oltre, ho fatto i miei bei paragoni in cui la vincente era sempre una.

Non bisognerebbe vivere sui paragoni, lo so. Ma come si fa. Insegnatemelo.

Magari l’avrò idealizzata, ma A. per me è stata la ragazza perfetta, in tutto. E questo pensiero vale ancora oggi. E non so se dire purtroppo o per fortuna.

Ci siamo scritti e ci siamo ritrovati a dire più o meno le stesse cose, ad aver provato le stesse sensazioni, le stesse emozioni.

Sto tirando le briglie della mia fantasia. Mi ripeto e so che l’ho fatto per altro, e che sarebbe un errore inciampare oggi in un passato. Il kirkel di allora non c’è più, la A. di allora non c’è più. E’ cambiato il contesto, il tempo, siamo cambiati noi.

Mi torna in mente una canzone, del solito Guccini (vi sarete abituati ormai), “Non bisognerebbe”.

Lo so, non bisognerebbe…è chiaro come la luce.

Ma questa volta, almeno per questa volta....solo per un pochino....lasciatemi sognare.

Un gioco

Oggi vi propongo un gioco.

o o o

o o o

o o o

Collegate i nove pallini con sole quattro linee rette consecutive, o meglio senza staccare la penna dal foglio.

Mentre cercate la soluzione cosa vi viene in mente?

  • Non sono capace
  • Non mi va
  • La soluzione non esiste
  • Kirkel non ha spiegato bene il gioco
  • Non sono portato per queste cose
  • Ci penso con calma
  • Altro….

Buon divertimento!!

lunedì 5 aprile 2010

“Non so che viso avesse” - Pag.151

La canzone Incontro è in ricordo di Betty Di Giusto […una ragazza alta è fascinosa, in fondo mai persa di vista nel corso degli anni. Con lei, con la quale non aveva né avrebbe mai intrecciato una storia d’amore, Francesco impara il piacere conoscitivo del dialogo profondo tra persone di sesso diverso…]. Allora questo post lo dedico a V., ragazza alta e fascinosa, con cui posso condividere questo prezioso privilegio.

sabato 3 aprile 2010

Chi sono?

Oggi parto da una domanda rivolta a me stesso e che ognuno può rivolgersi.

Chi è kirkel?

Ora non voglio stare qui a fare l’elenco di quello che sono e non sono, pregi e difetti, ma provate a chiedervi chi siete e a darvi una risposta descrivendo il vostro modo di essere. Quello che a me capita è che so di essere una persona ricca di contenuti ma a volte questo “essere” fatica a mostrarsi, a venir fuori con la giusta fluidità quando si tratta di mettersi “in vetrina”. La sensazione che provo è che quello che ho da “raccontare” sia poco interessante o difficilmente condivisibile e di poco interesse per i più.

Ma quante volte vi capita di sentirvi “inopportuni” per quello che siete, che fate o che dite, solo perché lo avete immaginato?

Ed è proprio questo un po’ il punto da cui volevo partire per parlare di “condizionamento” del nostro modo di essere.

Berny mi ha fatto riflettere tanto su questo. Anche se ne ero più o meno consapevole non avevo mai iniziato o provato ad essere altro.

Ho preso nota per una settimana di tutte quelle situazioni in cui mi sono trovato a prefigurare una reazione, o in cui ho disegnato uno scenario a priori, condizionato il mio agire o dire.

Devo ammettere che è capitato tante volte.

Mi capita spessissimo di preconfezionarmi una possibile circostanza che può essere anche molto distante dalla realtà. Ed è proprio questo il problema, in quanto essere condizionati da un feedback reale è normale, per ognuno di noi, in tanti casi è anzi positivo e necessario. Sbagliato è invece lasciarsi condizionare da un feedback molto distante dalla realtà, a volte solo immaginario.

Questo atteggiamento è molto pericoloso in quanto potrebbe portarci addirittura a tentare di cambiare la realtà per avvicinarla quanto più possibile a quello che abbiamo immaginato, con effetti devastanti per le nostre relazioni e il nostro modo di essere.

E’ un po’ come un ricercatore che spenderà tutte le sue energie e il suo tempo nel cercare di dimostrare una sua tesi, non trovandosi attento e pronto a intercettare l’evento casuale che potrebbe portarlo verso una nuova scoperta.

E allora provo a vestire i panni di un nuovo ricercatore più audace e snello nel pensiero, e come tante volte mi capita in questo periodo mi scopro a tentare nuove strade, senza troppi “se” e troppi “ma”, solo con la voglia di scoprire e testare le reazioni degli altri, osservandone i feedback…non mi viene istintivo e naturale ma di sicuro è un gioco divertente e ne ricavo ogni volta un po’ più di fiducia in me stesso. Le rovinose reazioni che a volte prevedevo, si dimostrano invece umane e gestibili.

lunedì 29 marzo 2010

Ovunque

In uno dei giornalini del mio paese scrive un amico a cui piace riflettere sulle nostre esistenze.

Vi riporto una parte del suo ultimo articolo, a me è piaciuto molto.

[Nella parte intermedia di questo innaturale cortile metropolitano, fatto di uomini, di donne e di pompose parabole issate a mezza altezza, v’è una sottile e quasi impercettibile membrana che riesce ancora a donare dolcezze ormai negate. Ed è così che la virtuale corda patetica di una vecchia immobilità si spezza. Si rompe, e sgretolandosi crea ovunque piccoli filamenti che vanno a proteggere il senso vero ed umano di un incontro. Di un appuntamento imprevisto ed inevitabile al tempo stesso. All’identica maniera di quando – con gli occhi stralunati e il cuore palpitante – si divorano romanzi d’appendice sulla terza pagina di un’antica rivista. Solo allora la lingua diverrà fluida e i concetti penetranti, solo in questo caso la signora Luna rivestirà il suo ruolo di romantica e raffinata suggeritrice d’amore. Perché il fascino di un riconoscersi – ovunque – si sente, si percepisce come l’attesa del gusto, come l’opinione partecipata, come la nostalgia ritrovata. Ovunque all’interno di castelli incantati o in una sala da tè, vi sarà compimento solenne di destini predestinati. E senza alcuna verità convenzionale si comprenderà appieno l’evidenza di due biografie indistinguibili, uguali come due specchi che si riflettono all’infinito. Perché la vita è anche questo. Una delle sue grazie migliori è riposta nelle sorti di due necessità che si incontrano e si abbracciano nell’immortalità di un incanto: il sogno di lasciare ai margini del mondo la mediocrità.

Tutto potrà accadere ovunque non vi sia uno spocchioso soliloquio, un disperato monologo che contempla un unico uditore: lo stesso che diffonde vane tonalità al vento. Ovunque.]

Nodi

Berny questa volta mi ha messo di fronte ad un bel “nodo” del mio essere. Nelle relazioni, sono più accondiscendente o critico (nel senso positivo del termine)?
Sono più accondiscendete, è più facile e crea meno “conflitto” e confronto. Sono questo il più delle volte e quando arrivo all’essere critico, lo faccio senza mezze misure e senza lasciare spazio al confronto.
Non va bene ne sono più consapevole.
Berny mi ha fatto riflettere sul fatto che potrei aver timore a manifestare un mio essere critico perché penso che in questo modo possa venir meno la figura che propongo.
Proporsi da “10” è sbagliato, ma anche proporsi da “8” lo può essere se poi non si è pronti a gestire questo “8” anche con un atteggiamento critico, manifestando il proprio punto di vista.
Non avevo mai riflettuto a fondo su questo e ho iniziato a mettermi alla prova facendo i primi esperimenti, le occasioni non mancano. Mi rendo conto che nello sperimentare a volte forse esagero, ma intanto testo, misuro, saggio le reazioni e valuto. Con il tempo forse troverò un nuovo e più organico equilibrio. Per ora mi capita anche di trovarmi divertito e compiaciuto di me stesso.
Rispetto al manifestarsi di un essere accondiscendente, Berny mi ha chiesto dove avessi appreso questo modello. Senza dubbi ho risposto che proveniva dalla mia famiglia.
Ho osato anche una riflessione più ampia, pensando a un modello culturale, generazionale e, in un concetto ancora più ampio, da classe sociale. Mi è venuto in mente “Fontamara” di I. Silone …..forse ho osato troppo.
Nelle relazioni bisogna saper essere critici con l’obiettivo di costruire qualcosa insieme, giungere a un fine comune.
La relazione è costruire.
Bell Hooks sul suo libro “Tutto sull’amore” spiega bene questo concetto. Dopo l’innamoramento bisogna capire se con la persona che abbiamo di fronte possiamo passare dal sostantivo Amore al verbo Amare (un’azione), costruendo insieme quel qualcosa che soddisfi i bisogni della coppia. Viene da se che se i bisogni di ognuno vanno in direzioni opposte, sarà difficile trovare un piano di lavoro comune.
Berny mi ha spiegato che quando ci si trova a discutere in una relazione, esistono due piani:"Il contenuto" e "La relazione (il contenitore)".
Si discute sul contenuto per costruire un punto di vista comune che non danneggi la relazione offendendola e screditandola o meglio offendendo e screditando chi la relazione rappresenta, il nostro interlocutore.
Si discute sul contenuto per costruire la relazione.
Su questo devo ancora lavorare molto, imparando bene a proporre quello che penso e quello che sono.
Così come devo imparare ad ascoltare, senza la presunzione di avere la risposta “giusta” a tutto. Ascoltare significa a volta anche non avere risposte, a saper dire: “non ho ora una risposta, dammi del tempo per pensarci”.
Ascoltare significa anche essere curiosi verso l’altro, chiedendo, indagando con sensibilità e tatto.
Mi rendo conto solo oggi quante volte sono stato sordo, forse proprio dove avrei dovuto esserlo meno, all’interno delle “storie” che ho vissuto.

Work in progress

La settimana scorsa è stata la settimana della rabbia. Ho provato rabbia verso me stesso, sia per non aver capito alcune delle esigenze di F. o meglio per averle capite forse dopo, sia per non essermi reso conto che pian piano mi stava infliggendo tante piccole ma comunque dolorose ferite a cui non ho saputo reagire. Ho provato rabbia verso F. per questo, per il suo rifiuto e per il fatto di non avermi dato il tempo di capire. Mi sono sentito deluso e “perdente”, e sicuramente la cosa è amplificata dal fatto che il più delle volte inizio le relazioni con troppe aspettative, e questo vale tanto nell’amore quanto, altre volte, nelle varie relazioni di amicizia o lavoro che mi trovo a vivere.
Per F. invece era così difficile esternalizzare un sentimento di “rabbia”. Credo che provare rabbia sia inevitabile ma forse, se ben gestita, può servire a far uscire gli stati emotivi più negativi, a non tenerseli dentro, a non manifestarli in modo diverso e più nocivo. Una sana manifestazione di rabbia, se non supera gli eccessi e non si ripete con frequenza, è ben altro che una insana manifestazione rabbiosa. In effetti se ci penso in alcuni dei comportamenti e dei modi di fare di F. ho sempre percepito un’aggressività latente, come se la rabbia, mai portata all’esterno, si manifestasse sotto altre forme. Non so trovarne con esattezza un nesso ma credo che le due cose non siano troppo indipendenti. Berny dice che per la rabbia non devo colpevolizzarmi e di pensare che comunque un tempo non ce lo siamo concesso entrambi. Indagheremo sulle ragioni del perché io non l’ho dato, mentre non potremo mai sapere perché F. non lo ha voluto concedere. Rifletto su questo e l’unica cosa che riesco a dirmi è che mi è stato difficile sopportare un continuo essere “messo alla prova”, essere messo di fronte all'ennesima incongruenza, e alla fine sono fuggito. A prescindere dalla relazione con F. posso dire che in parte è vero, il più delle volte, quando si presentano troppe difficoltà oppure le cose diventano troppo articolate, ho difficoltà a consolidare, a proseguire un percorso o a perseguire un obiettivo. Come se si generasse una specie di rifiuto all’impegno e alla perseveranza. A volte mi sembra di essermi assunto talmente troppe volte da solo le mie responsabilità e di essermi impegnato per uno scopo (voluto o non voluto), che oggi non ho più quasi energie o voglia per farlo ancora di fronte alle cose che la vita mi porge. Sono di gran lunga più tollerante verso la fatica fisica che non verso quella mentale.

Ho messo in campo un cantiere anche su questo.

venerdì 26 marzo 2010

Riflessioni sportive

A ottobre dell’anno scorso avevo iniziato ad allenarmi con una squadra master di nuoto…volevo provare lo sport agonistico. Sono partito con entusiasmo e impegno ma poi, pian piano che ne ho capito le dinamiche e la sostanza, il mio interesse è venuto meno. Anche in questo riesco a trovare un legame con il particolare momento che mi trovo ad attraversare, almeno o provato a fare due riflessioni in tal senso elaborando le mie sensazioni per come io le ho percepite.

Fondamentalmente i motivi sono un paio.

Il più importante è legato non tanto “all’oggetto” in se (passatemi il termine) ma a quello che esso rappresenta o meglio all’aspetto “psicologico” insito nel nuoto agonistico, e ancora di più in una gara di nuoto.

Quello che penso è che questa attività, almeno per come è fatta in età avanzata, è quasi esclusivamente una “gara” contro se stessi, e contro un tempo, un elemento non vivo e che non rimanda nessun feedback, con cui non c’è nessun confronto umano. Ogni volta si tenta il superamento di un limite puramente confinato in noi stessi.

E poi c’è l’allenamento, particolare, che vedo più come una “disciplina solitaria” che come un condividere un impegno per arrivare a un obiettivo comune, classico scopo degli sport di squadra. Nei master c’è una squadra, ma non un obiettivo comune. E questo aspetto può essere messo ancor più in risalto dal tipo di allenatore che ci si trova di fronte.

Poi ci sono le gare, in cui in pochi secondi ti giochi settimane di duro allenamento e quando, inevitabilmente, ti capita la giornata no, si genera quel leggero senso di frustrazione contro se stessi per non essere riusciti nell’intento.

Ora il punto fondamentale di tutto questo discorso non è tanto quello che ho scritto sopra, che ognuno può accettare e condividere o meno. Per quanto mi riguarda il punto è che in questa fase della mia vita, forse l’ultima cosa che cerco è una disciplina e un’attività che mi porti ad un confronto solitario con i miei limiti. Questo l’ho fatto per anni, tanto nello sport quanto nella vita e penso che oggi io sia alla ricerca di altro.

Allora forse l’anno prossimo sceglierò uno sport di squadra o un’attività in cui si condivida un obiettivo. Non so ancora quale, ma qualcosa di stimolante in tal senso troverò e poi l’importante è sperimentare per conoscersi sempre un po’ meglio. Forse se non avessi provato i master non sarei giunto a questa consapevolezza.

Abbandonare il nuoto un po’ mi dispiace, questo è sicuro. Mi fa sentire bene fisicamente. Ma “mens sana in corpore sano”…..ci vuole la salute del corpo e della mente.

Evoluzioni

E’ per me una fase evolutiva.
Lo percepisco, lo vedo nei miei gesti quotidiani, lo sento nei miei pensieri, nei modi fare e di dire. Non che sia scontato, naturale e facile, anzi, ci sono momenti difficili, prese di consapevolezza e uno sperimentare che portano soprattutto irrequietezza, instabilità e stanchezza mentale. Ma c’è anche quel sano e leggero senso di euforia e gioia che nasce dallo scoprirsi diversi, un po’ migliori. A piccoli passi sto forse scoprendo un nuovo Kirkel, che mi piace. Spero solo che questi timidi tocchi di pennello sulla mia tela possano crescere e rafforzarsi dando vita ad una nuova forma interiore. Se un elemento positivo la storia con F. ha avuto è che è stata un momento di rottura, il pretesto per un cambiamento che forse era latente. Intravedo solo l’inizio della strada e non so quante salite, pianure, curve e discese incontrerò. A volte ho anche paura che io non sia capace di un reale e significativo cambiamento, ma per ora vado avanti fiducioso e determinato.
Un’evoluzione che mi porti da una visione “individualista” della vita ad una visione del “condividere”. Non so se i termini sono esattamente questi ma rendono bene l’idea.
Nella seconda seduta il mio terapeuta (visto che questo termine non mi piace da ora in poi lo chiamerò con un nome di fantasia…Berny), Berny, mi ha fatto questo domanda:
“mi sapresti dire come ti descriverebbero i tuoi genitori”?
Mi è venuto da pensare solo agli aspetti più superficiali e “pratici”, credo saprebbero descrivermi meglio alcuni dei miei amici. Conclusione: mi conoscono più loro che i miei genitori. E’ una triste realtà ma è un dato di fatto.
Non l’ho mai negato a me stesso, la mia è sempre stata una famiglia molto restia a mostrare e chiedere del privato di ognuno. I sentimenti interiori sono sempre stati un tabù, cose da manifestare con il contagocce.
Abbiamo parlato poi di come ci si pone in una relazione e soprattutto di come la si vive nella sua prima fase, quella dell’innamoramento. All’inizio della relazione ognuno mostra la sua faccia “bella” o meglio quella che sembra farci maggiormente apprezzare agli occhi dell’altro. Se ne riceviamo un feedback positivo, facciamo in modo che esso lo sia sempre di più, anche se questa immagine non ci rappresenta o ci rappresenta in minima parte.
Ad esempio, se un giorno riceviamo un apprezzamento per la barba lunga, è possibile che ci faremo sempre più crescere la barba anche se non ci piace, con il pensiero che se la tagliamo non ci sarà più dato lo stesso apprezzamento/interesse.
Bisognerebbe imparare ad essere se stessi a prescindere dagli apprezzamenti.
Pensando a queste cose mi è tornata alla mente una frase di una canzone di Francesco Guccini: “…nei giorni che avrai però cercherai l’immagine dai sogni seminata…”
Questa canzone la regalai ad A. il giorno in cui ci siamo messi insieme. A. è stata una delle persone più importanti della mia vita, sicuramente la relazione più bella e completa che io abbia vissuto finora.

DUE ANNI DOPO [F. Guccini]

Visioni e frasi spezzettate si affacciano di nuovo alla mia mente,
l'inverno e il freddo le han portate, o son cattivi sogni solamente.

Mattino verrà e ti porterà
le silouhettes consuete di parvenze;
poi ti sveglierai e ricercherai
di desideri fragili esistenze...

Lo specchio vede un viso noto, ma hai sempre quella solita paura
che un giorno ti rifletta il vuoto oppure che svanisca la figura.

E ancora non sai se vero tu sei
o immagine da specchi raddoppiata;
nei giorni che avrai però cercherai
l'immagine dai sogni seminata...

L'inverno ha steso le sue mani e nelle strade sfugge ciò che sento.
Son trine bianche e neri rami che cambiano contorno ogni momento.

E ancora non sai come potrai
trovare lungo i muri un' esperienza;
sapere vorrai, ma ti troverai
due anni dopo al punto di partenza...

E senti ancora quelle voci di mezzi amori e mezze vite accanto;
non sai però se sono vere o sono dentro all' anima soltanto;

nei sogni che hai, sai che canterai
di fiori che galleggiano sull'acqua.
Nei giorni che avrai ti ritroverai
due anni dopo sempre quella faccia...

mercoledì 24 marzo 2010

Bisogni


Il 23 febbraio ho avuto il primo incontro con il mio “terapeuta” e già sono venute fuori considerazioni importanti.
Mi sono avvicinato a questo appuntamento con una leggera ansia ma poi, stranamente, mi sono aperto e ho parlato per un’ora senza titubanze e timori.
Non avevo mai riflettuto sui “bisogni” e sul fatto che ognuno di noi cerca in una relazione, di qualunque natura essa sia, la soddisfazione di alcuni bisogni. E questo il primo punto su cui ci siamo concentrati.
Tornato a casa mi sono chiesto quali erano i miei bisogni all’inizio di una relazione e ho provato a stilare un elenco istintivo , eccoli:
 fisiologico (sessuale)
 affettivo
 di condivisione della mia vita
 di un confronto stimolante che accresca la mia autostima e la stima verso l’altra persona
 di costruire un nucleo famigliare
Questo ordine può mutare e arricchirsi con il passare del tempo.
Molto simile alla Piramide di Maslow che ho conosciuto solo dopo, per caso.
In realtà ho successivamente rivisto la configurazione a “lista” mutandola in una figura geometrica in cui l’IO è all’interno e con il tempo viene a modificarsi sia la figura che la posizione dell’IO.
Dalla "lista" in effetti si evidenzia che all'inizio, in una relazione, io metta tanto "oggi" e poco "domani", eppure con F. non è stato così, lo sento. Forse per la prima volta dopo tanto tempo avevo riposto in una persona fiducia in "futuro" e invece mi sono sentito rifiutato e ferito. Si con F. l'ordine penso proprio sia stato diverso.
Individuati i bisogni essi vanno trasmessi e allo stesso tempo vanno recepiti quelli dell’altra persona.
A questo punto mi sono chiesto se e quanto io sono capace di trasmetterli e di attivare i miei recettori per quelli che mi vengono comunicati.
Riflettendo ho capito che riesco a trasmetterli male e probabilmente con mezzi e modalità non corrette. Inoltre se non sento soddisfatti i miei di bisogni, resto molto concentrato su me stesso e ho difficoltà a focalizzarmi su quelli dell’altra persona, tanto più quanto mi sento fortemente coinvolto emotivamente, condizione in cui non riesco ad essere lucido e ad analizzare con la giusta razionalità quello che mi accade.
Queste le prime riflessioni….niente male come inizio no?!

martedì 23 marzo 2010

Terapia sistemico relazionale

Con F. è andata male, malissimo. Ho sofferto tanto sia durante che dopo...ne soffro ancora e non mi capitava da anni. Per la prima volta dopo tanto tempo mi sentivo pronto a rimettere in gioco i miei sentimenti, la mia vita, e invece...è servito a ben poco. Ma questa volta non mi va di subirlo passivamente questo "dolore dell'anima", voglio trasformarlo e imparare, quello lo posso fare anche senza F. Voglio imparare perché se qualcosa ho sbagliato fino a oggi, non voglio più farlo in futuro o almeno voglio provarci. Allora ho pensato di rivolgermi ad un “terapeuta” che potesse darmi chiavi di lettura nuove, necessarie a non ricadere nei classici schemi appresi nel corso degli anni e che probabilmente sono anche un po’ la causa di quanto ora mi trovo a vivere. Ho deciso di cercare una nuova consapevolezza.
Ho iniziato quindi una “terapia sistemico relazionale”, un percorso a volte pesante, carico di riflessioni profonde e non banali, ma parallelamente anche ricco di stimoli e motivazioni, insite nella scoperta di un nuovo “io” o di una chiara coscienza dei propri limiti e delle proprie potenzialità.
Il termine “terapia” no mi piace molto, non lo sento completamente adatto a quello che vivo, mi piace più pensare ad una “educazione” alle relazioni. Perché come ci si educa alla cultura, all’alimentazione, ai comportamenti civili, qualcuno dovrebbe educarci anche alle relazioni, per comprendere come esse vanno gestite, su che dinamiche si muovono, cosa ci viene chiesto all’interno delle relazioni, siano esse amorose, sociali o di altro tipo.
Nel blog vorrei riportare le considerazioni e le riflessioni che verranno fuori man mano che questo percorso prenderà forma.
Intanto qualche concetto rubato in rete sulla “terapia sistemico relazionale”.
[Il malessere presentato dalla persona viene letto non tanto come problema dell’individuo, ma come espressione di disagio di uno dei sistemi di appartenenza.
Viene solitamente privilegiata l’ottica familiare, ma le dinamiche disfunzionali possono collocarsi anche nel sistema coppia, nell’ambiente lavorativo, nel gruppo amicale, etc.
L’identità individuale viene considerata come frutto delle relazioni significative che la persona ha intrattenuto nel corso della sua vita; pertanto, un eventuale problematica non viene letta e trattata come caratteristica insita nell’individuo, ma come esito di esperienze relazionali.
Il fine della terapia è quello di trovare modalità relazionali diverse con i sistemi di appartenenza.
Questo tipo di terapia è inoltre finalizzato a leggere alcuni eventi e situazioni in modo maggiormente tollerabile da un punto di vista emotivo e trovare un significato possibile a difficoltà personali e/o familiari.
Il lavoro psicoterapeutico non è dunque prettamente rivolto al trattamento del sintomo presentato ma alle situazioni relazionali che lo hanno generato.]

Kirkel

Kirkel!!! Tanti anni fa pensando ad un nick da usare su internet, andai a sceglierlo tra i nomi dei personaggi del libro “Il gabbiano Jonathan Livingston”. Forse modificai un po’ il vero nome, ma sempre pensando a un gabbiano. Kirkel potrebbe anche riportare alla mente il capitano Kirk, con la mitica Enterprise: “Spazio, ultima frontiera, questi sono i viaggi della nave stellare Enterprise, alla ricerca di nuovi mondi…”. Ed è possibile che alla ricerca di nuovi mondi io lo sia davvero, ma preferisco le ali di un gabbiano, docile volo contro vento sul mare, le ali tese, a dare direzione ad un viaggio che anche se goffo e poco spaziale, ti lascia sentire l’odore di salsedine nelle narici e la forza del vento tra le piume...con lo sguardo e la mente sempre tesi all’orizzonte, da buon sognatore. Occhi curiosi e puri, ad attendere cosa si aprirà dietro il prossimo promontorio.